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Blonde

L’ingenuità che colpisce allo stomaco

Blonde

Ha fatto il suo debutto al Festival del Cinema di Venezia Blonde, il biopic sulla vita di Marilyn Monroe, alias Norma Jean, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates e diretto dal regista Andrew Dominik. Come è accaduto a Venezia 79, anche con l’uscita su Netflix, Blonde ha diviso critica e opinione pubblica.

Dopo queste prime, doverose nozioni principali, continuo immediatamente col dire che non è stato facile arrivare alla fine del film. Un continuo senso di nausea e malessere mi ha accompagnata durante tutta la visione di questo terribile, intenso, commovente mosaico di vite: quella di Marilyn e quella di Norma Jean.

Blonde: una fenice soffocata dalle ceneri

Definirlo un biopic non è del tutto corretto. Come accade ultimamente per i film che trattano la vita di un personaggio storico, i confini tra ciò che viene fortemente romanzato e gli avvenimenti realmente accaduti si mescolano in un’unica fitta trama da cui nasce qualcosa di nuovo. Eppure, in Blonde, dove i giochi di inquadrature, di colori, di suoni e prospettive, sono stati inseriti magistralmente per restituire agli spettatori il “disturbo” psico-fisico di Norma Jean, sembrano essere più reali che mai. È difficile pensare che parte di quelle cose sullo schermo siano state romanzate. E non è per nulla misteriosa la morte della “Bionda d’America”, se si considera la sua vita.

Ma andiamo con ordine.
L’incipit della pellicola è un grosso incendio californiano. Un preludio al disastro.

Andrew Dominik tesse, un filo alla volta, l’abito “Marilyn Monroe” partendo dall’infanzia di una ragazzina invisibile, Norma Jean. L’effetto orripilante del film emerge immediatamente, quando vediamo una bambina malmenata e quasi uccida da una madre che la considera la causa della sua infelicità. Nei suoi sogni c’è il ritorno di un padre che non ha mai conosciuto e che non l’ha mai voluta. Ecco allora che quel bisogno biblico di affetto si riversa su persone poco raccomandabili, che vedono nella sua ingenuità e, naturalmente, nella sua bellezza, qualcosa da sfruttare.
Come ripete più volte lei stessa nel corso del film, “un pezzo di carne” trasportato a destra e a sinistra per il piacere degli altri, che l’hanno trasformata in Marilyn Monroe. L’unica via di fuga da questo loop era Norma Jean, una ragazza normale che non aveva niente a che fare con la diva bionda, con la donna succube, con l’attrice da quattro soldi.
Sono quelli gli unici momenti in cui vediamo in lei una parvenza di serenità, i momenti in cui Marilyn non esiste. In cui il suo passato non esiste.

Blonde: sotto la gonna

Questo enorme dramma è tenuto insieme dalla straordinaria regia, dalle musiche e dalla fotografia. La sceneggiatura è perfettamente costruita e veste a pennello l’attrice Ana De Armas, che ha dato prova del suo talento.

I cambi scena, gli effetti speciali, inquadrature e luci, tutto è studiato nei minimi dettagli e tutto è pensato per colpire dritto allo stomaco dello spettatore. Le musiche di Nick Cave e Warren Ellis contribuiscono a questo effetto, sottolineando la spietatezza del mondo dello spettacolo (ancora oggi spietato e disgustoso con le donne) e la necessità di indossare una maschera per sopravvivergli. Il tocco da maestro lo dà in ultimo, il direttore della fotografia Chayse Irvin, che a tratti ripropone in maniera fedelissima alcuni degli scatti più famosi dell’attrice.

Blonde: due bionde a confronto

Seppure usciti con qualche mese di distanza, viene quasi automatico porre un confronto tra Blonde e il film di Pablo Larraín, Spencer. Forse perché il genere del film è più o meno lo stesso, o forse perché si tratta di due donne infelici, costrette a dividersi tra immagine pubblica e vita privata, finché la prima non sovrasta la seconda.
Di sicuro il contesto è molto diverso: viviamo il disgusto per una vita obsoleta, finta e priva di spontaneità come quella a Palazzo attraverso i conati di vomito di Lady D., troppo insofferente per trattenersi. In Blonde, invece, la nausea e il disgusto appartengono in tutto e per tutto allo spettatore che, inerme come il più classico dei voyeur, non può far altro che assistere all’orrore degli abusi sessuali e psicologici di una donna che voleva solo essere sinceramente protetta. Sinceramente amata. Come un padre protegge sua figlia.


Autore articolo

Sara Giovannoni

Sara Giovannoni

Redattrice

Copywriter pubblicitario, cinefila, nerd.
 Cerco di vivere la vita sempre con la curiosità e lo stupore di un bambino.
Amo scrivere delle cose che mi appassionano,
ecco perché spero di pubblicare, prima o poi, il mio libro sul Giappone.
 
Intanto keizoku wa chikara nari. 
Se volete, andate a cercare il significato!

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