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Plastic Bank: come essere causa e soluzione dell’inquinamento

L’idea dell’imprenditore David Katz per porre fine alla dispersione di plastica in natura e in mare

Plastic Bank

L’invenzione della plastica ha senz’altro rivoluzionato le nostre vite, ma ci siamo così tanto (malamente) abituati alla sua convenienza da finirne sommersi. La plastica è facile da comprare, facile da usare, ma soprattutto facile da buttare. Ed è proprio qui che casca l’asino… Spesso, infatti, i nostri sistemi di raccolta dei rifiuti sono inefficienti, se non addirittura inesistenti, e questo anche perché il rifiuto di plastica non viene comunemente gestito come una risorsa.

Così, l’inquinamento da plastica, soprattutto quello marino, è diventato uno dei problemi ambientali più gravi e di conseguenza più urgenti da affrontare. Stando alle stime, sono circa 450 milioni le tonnellate di plastica che vengono prodotte ogni anno e circa 8 quelle che finiscono negli oceani. Continuando di questo passo, entro il 2050 dovremmo trovarvi più plastica che pesci. Ma questo lo sappiamo già più o meno tutti. Se quindi steste – come dovreste – cercando una possibile soluzione per passare dalle parole ai fatti, il progetto Plastic Bank potrebbe fare al caso vostro.

La Plastic Bank

Il progetto Plastic Bank consiste in una rete di negozi in cui è possibile depositare la plastica e ricevere in cambio denaro contante o digitale, beni e servizi vari. La plastica così raccolta viene poi riciclata e venduta alle aziende con il marchio registrato di Social Plastic, per essere utilizzata sia nella produzione dei prodotti che del packaging.

La Plastic Bank è nata da un’intuizione di David Katz, quando durante un seminario sulla stampa in 3D l’imprenditore ha scoperto che un pezzo di plastica stampato veniva venduto ad un prezzo 8 volte superiore a quello della materia prima. A cambiare è la forma, ma non la sostanza. Da qui l’idea di farsi promotore di un cambiamento di mentalità funzionale alla trasformazione della plastica da rifiuto a risorsa. E come valorizzarla se non monetizzandola? Se ogni bottiglia di plastica valesse 5 euro è molto probabile che per strada non ne vedremmo nessuna. Ergo il problema non è la plastica in sé e per sé, ma il valore che le diamo.

“La plastica vale più dell’acciaio, a peso. È vista solo come un rifiuto dalla persona comune che non capisce il suo valore reale e soprattutto come farlo fruttare. Quando definiamo una cosa rifiuto, la vediamo come rifiuto” (Tommaso Perrone, “David Katz, fondatore di Plastic Bank. Altro che rifiuto, la plastica vale più dell’acciaio”, Lifegate).

Quella di trasformare la plastica da rifiuto a risorsa non è stata concepita soltanto come una strategia per combattere l’inquinamento, ma anche per contrastare la povertà estrema.

La Plastic Bank contro l’inquinamento e la povertà

I franchising della Plastic Bank non si trovano ovunque, ma dove ce n’è più bisogno (Brasile, Indonesia, Filippine), solitamente distanti una 50ina di km dagli oceani o dai corsi d’acqua. Il progetto è stato avviato da Katz nel 2014 ad Haiti, scelta proprio per il suo alto tasso di povertà e di inquinamento marino da plastica.

A differenza del Brasile e delle Filippine, dove un mercato del riciclo esisteva già e dove, quindi, è bastato entrare in collaborazione con i cosiddetti “junk shop” già operativi sul territorio, ad Haiti, invece, si è dovuti partire praticamente da zero. Non si è trattato soltanto di aprire negozi per la raccolta dei rifiuti, ma anche di investire in costruzione e ampliamento delle infrastrutture, per permettere alle persone di raggiungerli quanto più facilmente possibile con il proprio carico di plastica da riciclare.

Come già accennato sopra, la plastica si trasforma da rifiuto a risorsa, in strumento attraverso cui combattere inquinamento e povertà insieme, dal momento in cui nei junk shop della Plastic Bank viene scambiata per generi alimentari, bombole del gas per cucinare, acqua pulita e potabile, assistenza sanitaria, connessione ad Internet, opportunità di formazione soprattutto per i più piccoli. Proprio quello dell’educazione scolastica è stato percepito come il beneficio più grande tra tutti quelli di cui si può godere grazie a questo progetto. Certo, i numeri sono importanti, i volumi di plastica raccolta e riciclata non sono indifferenti, ma molti degli aderenti all’iniziativa, soprattutto donne, si sono detti contenti specialmente per il fatto di poter mandare i propri figli a scuola.

Riciclaggio per combattere l’inquinamento; istruzione per combattere la povertà. Missione compiuta. 

I numeri della Plastic Bank

Dal 2014 ad oggi, sono stati recuperati 41,64 milioni di kg di plastica, raccogliendo 2,08 miliardi di bottiglie. Attualmente esistono 540 negozi e il reddito dei lavoratori coinvolti nella loro gestione è aumentato in media del 40%. 37.999 persone hanno aderito all’iniziativa della Plastic Bank nel corso degli anni, mentre il numero delle vite a cui il progetto ha apportato un miglioramento, sotto vari punti di vista, è maggiore di 110.000.

Grazie ad Alchemy, una piattaforma open source basata sulla tecnologia Blockchain, è possibile tracciare l’intero processo, dalla raccolta della plastica nelle comunità costiere ai prodotti finiti, realizzati in Social Plastic, disponibili sugli scaffali dei supermercati in tutto il mondo.


La rivoluzione messa in atto da David Katz non si è ancora conclusa, quello della Plastic Bank è un progetto ancora in corso d’opera. D’altronde, il problema dell’inquinamento marino da plastica (e non solo) è lungi dall’essere risolto. Come dichiarato dal suo fondatore nel 2019, l’auspicio è che questa rivoluzione possa globalizzarsi, con l’ambizione di raggiungere un livello di successo tale per cui il prezzo della Social Plastic, la loro plastica riciclata, possa arrivare ad essere più basso di quello della plastica vergine. Ma questa rivoluzione dobbiamo farla noi, per noi.

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Autore articolo

Federica Fiorletta

Federica Fiorletta

Redattrice

Laureata in Lingue, Culture e Traduzione Letteraria. Anglista e francesista, balzo dai grandi classici ottocenteschi alle letterature ultracontemporanee. Il mio posto nel mondo è il mondo, viaggio – con il corpo e/o con la mente – e vivo per scrivere.

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