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“The Waste Land”: l’influenza dantesca sul poema di T. S. Eliot

A 100 anni dalla sua pubblicazione, uno studio a ritroso di uno dei capolavori della poesia modernista

di Marianna Esposito Vinzi (traduzione a cura di Federica Fiorletta)

Il 15 ottobre del 1922 The Waste Land di Thomas Stearns Eliot veniva inserito dal New York Times Book Review tra i suoi “Recommended books on Fall Lists”.

Nel marzo dello stesso anno, l’autore si era fatto avanti con la Hogarth Press – la casa editrice britannica fondata da Leonard e Virginia Woolf nel 1917 – per pubblicare con loro la sua opera. I due editori ne dissero: “Ha scritto un poema di 40 pagine, che verrà dato alle stampe in autunno. Sostiene si tratti della sua opera migliore. Ne è compiaciuto”.

The Waste Land 1922

The Waste Land venne così pubblicato in volume, assieme ad altri due componimenti, The Love Song of J. Alfred Prufrock e Portrait of a Lady, pubblicazione che valse al suo autore il “Dial’s 1922 Award”, un premio di duemila dollari che veniva assegnato ogni anno a giovani scrittori americani “in riconoscimento del loro servizio alle Lettere”.

The Waste Land: un’opera modernista

Il poema di Eliot è comunemente considerato una delle massime espressioni del Modernismo. Quest’ultimo era contraddistinto da una predilezione per la frammentazione, per il verso libero, per le allusioni contraddittorie e per la molteplicità dei punti di vista, caratteristiche che lo hanno reso estremamente differente dalla scrittura vittoriana e romantica. Gli autori modernisti volevano che i loro personaggi rivelassero delle personalità multiple e che i loro testi abbondassero di allusioni ad altre opere e riferimenti interculturali a Dante, Omero, Shakespeare e alla Sacra Bibbia.

In The Waste Land, da vero poeta modernista, Eliot esprime tutta la sua insofferenza per la vita moderna, una vita priva di spiritualità, che viene descritta come superficiale, pagante le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, sia a livello fisico che, più interiormente, a livello psicologico.

Eliot è stato un autore di grande impatto per la sua generazione proprio per la sua capacità di descrivere uomini e donne che si alzano o si mettono a letto per mera forza dell’abitudine.

A detta stessa di altri poeti modernisti, un altro merito di Eliot è stato quello di saper operare una sorta di rovesciamento, di abbassamento del mito, di cui ci ha dato una lettura e un’interpretazione mortificante e umiliante, alla stregua di quanto fatto da James Joyce nel suo Ulysses – pubblicato a Parigi, sempre nel 1922, dall’editrice e libraia Sylvia Beach della Shakespeare & Company – con i suoi pensieri privati, gli eventi esterni, le conversazioni, i dintorni fisici di Dublino e i suoi rapporti con la sua epica precorritrice, l’Odissea di Omero.

The Waste Land: la dedica e il titolo dell’opera

Intervistata da Timothy Wilson per la rivista The Observer nel 1972, la moglie del poeta Valerie Eliot dichiarò che il periodo di scrittura di The Waste Land fu per il marito un vero e proprio incubo, aggiungendo di sentirsi debitrice e grata al poeta Ezra Pound per esser intervenuto in suo aiuto, suggerendo ad Eliot come abbreviare e migliorare il suo poema.

Anche Eliot si dichiarò in debito con il caro amico e collega, che definì, infatti, “il miglior fabbro”, per aver ridotto di quasi la metà “un pasticcio di circa 800 righe”. A lui è dedicata l’opera.

The Waste Land è senz’altro un poema criptico, pieno di numerosi riferimenti ad altre opere e altri immaginari tanto complessi quanto la loro cornice. In conclusione al suo poema, Eliot stesso aggiunse una serie di note su alcuni dei suoi versi, che spesso, però, non fanno altro che creare ancora più confusione intorno ad alcune delle immagini da lui evocate.

TS Eliot

La dedica ad Ezra Pound è ad esempio tratta dai versi 115-119 del Canto XXVI del Purgatorio di Dante, i quali recitano: “O frate […] questi ch’io ti cerno col dito […] fu miglior fabbro del parlar materno”. È con queste parole che Guido Guinizzelli presenta il trovatore provenzale Arnaut Daniel, tra i più grandi esponenti della poesia francese medievale, molto apprezzato anche dallo stesso Dante.

Quanto al titolo, invece, quest’ultimo è tratto dall’opera di Jessie L. Weston From Ritual to Romance, scritta nel 1920, uno studio sulle origini della leggenda del Santo Graal, basato sull’opera di Thomas Malory Le Morte d’Arthur (1405-1471), il primo dei romanzi del ciclo arturiano, un testo che Eliot amava molto. Come riportato dal saggista italiano Mario Praz, Giorgio Caproni e Renato Poggioli proposero di tradurlo in italiano richiamandosi anche loro a Dante, ai versi 94-95 del Canto XIV dell’Inferno: “In mezzo mar siede un paese guasto […] che s’appella Creta”.

L’isola greca di Creta viene infatti detta “un paese guasto”, “a waste land” (“une terre gaste” in francese antico), parole giuste per descrivere una terra dannata che è diventata ben più di un deserto austero e sterile, ormai quasi una terra malata e corrotta, dove gli esseri umani sembrano essersi arresi alla disperazione e alle tenebre, nell’attesa di un qualche cavaliere moderno che possa liberarli da una sorta di oscura maledizione. La civiltà viene così ridotta a una terra desolata, che ha perso la sua fertilità e la sua capacità di dare la vita:

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

Lillà da terra morta, confondendo

Memoria e desiderio, risvegliando

Le radici sopite con la pioggia della primavera.

T.S. Eliot, La terra desolata.

The Waste Land: l’ammirazione di Eliot per il Sommo Poeta

Eliot considerò Dante il suo grande maestro, nonché il più universale dei poeti, perché in grado di riunire assieme nella Divina Commedia i suoi contemporanei, i suoi amici, i suoi nemici, personaggi storici, figure bibliche e leggendarie. Dante era stato capace di mettere all’Inferno uomini suoi conoscenti, da lui odiati, ma anche personaggi del passato, come Ulisse. Ognuno di loro stava a rappresentare una tipologia di peccato, di dolore, di merito o di colpa, ma tutti si trovavano insieme, condannati nella stessa realtà.

Eliot scrisse che Dante ci ricorda che l’Inferno non è un luogo, ma una condizione, che può essere solo pensata o magari anche vissuta. L’esperienza che deriva dalla lettura di un poema come la Divina Commedia può essere quella di un attimo o di una vita intera, ma resta un’esperienza da esseri umani, di passioni umane.

Secondo il poeta anglo-americano, inoltre, Dante si spartiva il mondo con Shakespeare, loro due soli, senza nessun altro: grazie a Shakespeare, sosteneva Eliot, è infatti possibile percepire l’ampiezza della passione umana, mentre grazie a Dante è possibile percepirne l’altezza e la profondità. L’uno completava l’altro e viceversa.

Per Eliot, dunque, il merito di Dante fu senza dubbio quello di aver saputo trasporre i suoi personali tormenti in qualcosa di assolutamente universale.

Quando allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si trasferì a Londra, Eliot trovò lavoro come impiegato in una banca. La vita nella metropolitana londinese alle ore di punta del mattino è stata da lui spesso descritta e definita “il moderno Inferno della vita quotidiana”. La Londra di Eliot era abitata da non vivi, popolata da persone pronte a vivere la loro vita, ma condannate, senza speranza, già morte.

La concezione del mondo moderno quale privo di speranza e di qualsiasi scelta è così la stessa sia in Dante che in Eliot, che traccia un ben chiaro collegamento tra sé e il poeta fiorentino del XIV secolo: il mondo dei vivi di Eliot è pieno delle anime dannate di Dante.


Per leggere il testo in versione originale e integrale:


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