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Coronavirus: l’uomo l’ha già affrontato in una epidemia di 25 mila anni fa

Tramite lo studio del genoma umano si sono rintracciati geni in grado di fornire una risposta immunitaria all’epidemia virale

Coronavirus

Non è la prima volta che l’uomo incontra un Coronavirus. Non è la prima volta che l’uomo incontra il Coronavirus negli ultimi 25 mila anni. È questa l’ultima eccezionale scoperta pubblicata recentemente su Current Biology[1] da un team di ricerca internazionale. Studiosi provenienti dall’Università dell’Arizona, della California San Francisco e di Adelaide (Australia), hanno effettuato una attenta analisi dell’evoluzione del genoma umano alla ricerca di indizi. Un lavoro lungo e complesso che ha dato i suoi frutti.

Coronavirus: la grande sfida all’uomo

Fino a poche settimane fa si pensava che l’uomo avesse incontrato questo virus solo negli ultimi venti anni. Con una diffusione inferiore rispetto a quella scatenatasi nel 2020, a partire dal 2000 abbiamo avuto già 3 epidemie da Betacoronavirus, virus RNA a singolo filamento positivo, di origine zoonotica. Nel 2002 abbiamo conosciuto la SARS-Cov in Cina che ha provocato 800 morti; poi è stata la volta della MERS-Cov con 850 decessi; adesso la SARS-Cov2 ha causato 3,8 milioni di morti nel mondo.

Coronavirus al microscopio

Oggi sappiamo che la nostra conoscenza con questo agente patogeno è molto più antica di quanto potessimo pensare. Oltre 20 mila anni fa alcune popolazioni dell’Asia orientale hanno affrontato una epidemia, simile a quella odierna, che ha lasciato tracce nel nostro DNA. L’area interessata è quella della Cina, del Giappone, della Mongolia, della Corea del Nord e del Sud e di Taiwan.

Coronavirus: il cold case nascosto nel nostro genoma

Per questa indagine che ha tanto il sapore di investigazione della Scientifica in un cold case, i ricercatori si sono basati sui dati disponibili dal sito International Genome. Il 1000 Genomes Project, una delle banche dati più vaste contenenti informazioni sulle variazioni genetiche umane comuni, ha funto da base per lo studio.

Seguendo un po’ quello che è il metodo di datazione degli alberi – quindi con l’osservazione degli anelli del tronco – siamo in grado di studiare la storia evolutiva del genoma umano. Ed è così che osservando le porzioni di DNA deputate a codificare le proteine che interagiscono con i patogeni (VIP) si è osservata una risposta ad una malattia simile, anche per meccanismi, a quella odierna. La selezione naturale ha fatto il resto, favorendo varianti genetiche della malattia meno gravi.

La lotta dei nostri antenati, 900 generazioni fa

I segni di questo adattamento dell’uomo al Coronavirus sono rintracciabili all’interno di 42 geni che codificano le VIP: sono principalmente espresse nelle cellule polmonari. I risultati, dunque, sono coerenti con una epidemia virale avvenuta 900 generazioni fa, un periodo stimabile come 25 mila anni orsono, che ha portato ad una forte selezione positiva. La presenza delle VIP all’interno del nostro corredo genetico potrebbe mediare la nostra suscettibilità alla moderna SARS-Cov2 e la gravità con cui ci ammaliamo.

Coronavirus ed il DNA

Tuttavia il condizionale è d’obbligo. Non ci sono ancora evidenze in grado di suffragare questa ipotesi e, soprattutto, uno dei limiti di questo studio sta nel fatto che non riguarda l’intera popolazione umana.

Questa “familiarità” con il Coronavirus è riscontrabile solo in cinque popolazioni asiatiche mentre risulta sconosciuta negli altri continenti, incluse alcune aree dell’Asia meridionale. C’è un altro limite alla ricerca. Il set di dati utilizzato fa riferimento ad informazioni genetiche contemporanee; la possibilità che nei millenni sia avvenuto un rimescolamento genetico con persone non asiatiche è molto alto.

Coronavirus: c’è ancora molto da sapere

Insomma, la ricerca, si fa per dire, è ancora agli inizi ma ha già fornito informazioni importanti per una maggiore conoscenza della nostra storia evolutiva. L’augurio è quello di poter sfruttare questo sistema e queste conoscenze per realizzare una lista dei virus, o famiglie di virus, con cui l’uomo è entrato a contatto causando epidemie su larga scala e che potrebbero tornare in un futuro non troppo lontano. Insomma, se è vero che prevenire è meglio che curare, la strada potrebbe essere quella giusta.


[1] Y. Souilmi, M. Elise Lauterbur, Ray Tobler, et al., “An ancient viral epidemic involving host coronavirus interacting genes more than 20,000 years ago in East Asia”, 2021. Current Biology DOI: https://doi.org/10.1016/j.cub.2021.05.067. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(21)00794-6?_returnURL=https%3A%2F%2Flinkinghub.elsevier.com%2Fretrieve%2Fpii%2FS0960982221007946%3Fshowall%3Dtrue#secsectitle0230

Autore articolo

Martina Shalipour Jafari - autore

Martina Shalipour Jafari

Redattrice

Giornalista pubblicista ed esperta di comunicazione digitale.
Instancabile lettrice e appassionata di cinema.
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