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Ftalati e fibromi uterini

Uno studio rivela il legame nascosto

plastica

Tra il 1861 e il 1862, l’inglese Alexander Parkes, sviluppando gli studi sul nitrato di cellulosa, isola e brevetta il primo materiale plastico semi-sintetico, che battezza inizialmente Parkesine e che si diffonde poi come Xylonite[1]. Ed ecco che la plastica conquista il mondo, insinuandosi in qualunque cosa, mascherata dalla comodità di un materiale versatile ed economicamente accettabile. È l’inizio della fine. È l’inizio di un mondo di plastica, dannoso per l’ambiente e per la salute stessa degli esseri viventi, umani inclusi.

Ftalati: cosa sono e dove si trovano

In realtà, la “nascita” degli ftalati può ritenersi abbastanza recente. Infatti, queste sostanze altamente nocive hanno fatto il loro debutto il secolo scorso. Come la magia più magica di tutte, gli ftalati si legano indissolubilmente alla plastica, conferendogli quelle caratteristiche che ne fanno uno dei materiali più pratici di sempre: flessibilità e malleabilità estreme.
Ma non è tutto “abbiamo trovato il materiale più miracoloso della storia” ciò che luccica. Infatti, già negli anni ’50 alcuni studi avevano rivelato la pericolosità degli ftalati per la salute, tanto che vennero banditi dalle produzioni, ma non in tutte. Queste sostanze potevano essere utilizzate mantenendo una concentrazione non superiori allo 0,1%. Queste evidenze non hanno certo arrestato la corsa al denaro dovuta alla plastica e, di fatti, si stima che nel 2004, la produzione mondiale di ftalati sia arrivata a 400mila tonnellate[2].

Fin qui, sembrano notizie come tante altre sulla plastica che di recente ci ritroviamo a leggere e puntualmente a ignorare qualche secondo dopo. La percezione cambia un pochino quando leggiamo che le sostanze denominate ftalati si ritrovano nei materiali in PVC, in alcuni profumi o pesticidi; nel solvente per unghie, nello smalto, nel sapone per le mani o nello shampoo. Ancora, nei contenitori alimentari, nelle pavimentazioni e nel food dei fast-food.

Ftalati e fibromi uterini: lo studio rivelatore

Lo studio, condotto alla Northwestern University Feinberg School of Medicine, e pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), entra nel dettaglio di alcune ricerche scientifiche condotte già in precedenza proprio sulla relazione tra ftalati e fibromi. Questi ultimi sono dei tumori benigni che si manifestano principalmente nelle donne in età fertile. Nelle forme più gravose, un fibroma può portare a infertilità, sanguinamenti o aborti spontanei.

Alla base della correlazione tra ftalati e fibromi c’è l’esposizione a sostanze chiamate interferenti endocrini[3], i quali attiverebbero un un percorso ormonale che a sua volta «accende» il recettore arilico per gli idrocarburi (AhR), che si lega al DNA e innesca una maggiore crescita dei fibromi uterini. Lo studio prosegue, specificando che l’esposizione a determinati ftalati, quali ad esempio i DEHP, possono provocare nelle donne l’insorgere di fibromi uterini[4].
Tali ftalati vengono utilizzati come plastificante per far sì che alcuni prodotti abbiamo una vita più lunga, come le tende da doccia, i famosi contenitori per il pranzo, scarpe, imballaggi alimentari.

Ftalati e fibromi uterini: regolamentazioni in atto?

Nonostante ci sia maggiore preoccupazione nelle comunità scientifiche e non solo, riguardo agli effetti dannosi degli ftalati per la salute, l’Unione Europea al momento non sembra prevedere nuove normative per abolirne del tutto la produzione. Certo sarebbe difficile, in quanto si tratterebbe di un cambio di rotta sostanziale. I DEHP sono gli ftalati più utilizzati in assoluto e la loro diffusione è al livello globale. Essere consapevoli di questa connessione è il primo passo per tentare di tutelarsi in autonomia, attraverso più cautela e maggiore prevenzione.


[1] Storia della plastica, corepla.it, Consorzio nazionale per la raccolta e il riciclo dei materiali in plastica

[2] Cosa sono gli ftalati, le sostanze tossiche che ammorbidiscono la plastica, il salvagente.it

[3] Takashi Iizuka, Ping Yin, Azna Zuberi, Serdar E. Bulun, Mono-(2-ethyl-5-hydroxyhexyl) phthalate promotes uterine leiomyoma cell survival through tryptophan-kynurenine-AHR pathway activation, articolo consultabile al seguente link: www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2208886119

[4] Ibidem.


Autore articolo

Sara Giovannoni

Sara Giovannoni

Redattrice

Copywriter pubblicitario, cinefila, nerd.
 Cerco di vivere la vita sempre con la curiosità e lo stupore di un bambino.
Amo scrivere delle cose che mi appassionano,
ecco perché spero di pubblicare, prima o poi, il mio libro sul Giappone.
 
Intanto keizoku wa chikara nari. 
Se volete, andate a cercare il significato!

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