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Gender Health Gap, la partita dei sessi si gioca anche nella scienza

Le istituzioni, del settore medico e non, puntano ad essere sempre più inclusive

Gender Health Gap

In Italia, come altrove, si parla sempre più di parità di genere e di opportunità per il mondo femminile pari a quelle maschili. Il gender gap, per utilizzare la terminologia anglofona, però, è lungi dall’essere colmato. Il World Economic Forum da anni ormai tiene sotto controllo il tema, pubblicando regolarmente quello che è il Gender Gap Index[1] che considera principalmente di quattro parametri: salute, economia, educazione, politica. Quasi certamente, tra questi indici, quelli che siamo portati a considerare con maggiore attenzione sono l’aspetto economico e politico. Le campagne per favorire una maggiore rappresentatività delle donne nelle istituzioni non sono più una novità. Così come non sono una novità le notizie che riguardano le disuguaglianze esistenti tra il salario maschile e femminile, a parità di occupazione. Sebbene all’interno dell’ambito economico non ci si riferisca solo alla retribuzione ma anche alle possibilità di fare carriera e/o di poter fare impresa, il primo pensiero è quasi sempre legato all’aspetto salariale. Ebbene, i gender bias, ossia quelle…

…azioni o pensieri pregiudizievoli basati sulla percezione di genere che le donne non sono uguali agli uomini in termini di diritti e dignità…

sono riscontrabili in tanti ambienti differenti. Quello della salute non fa eccezione, anzi! E’ forse uno degli ambiti in cui i pregiudizi, il patriarcato e le false credenze, ancora hanno una grande presa nel determinare le disparità nella diagnosi e nel trattamento di una terapia, tra uomo e donna. Il gender health gap è reale e da alcuni decenni a questa parte anche la comunità scientifica se ne sta finalmente rendendo conto.

Gender Health Gap, l’Unione europea al fianco delle donne

Sino agli anni ’90, la ricerca scientifica si è interessata poco all’inserimento delle donne all’interno di trial, studi e ricerche in ambito medico. L’assunto di partenza era che le donne fossero simili, complementari agli uomini ed erano davvero pochi gli studi clinici che includevano anche solo poche donne. Fortunatamente il mondo scientifico si è reso conto dell’errore e negli ultimi decenni, soprattutto a partire dal nuovo millennio, ha cercato di porvi rimedio. Si è passati, dunque, a studiare gli uomini e le donne come due gruppi sociali da dover analizzare reciprocamente, mettendoli in relazione con il contesto e le condizioni sociali in cui vivono.

La medicina “di genere” non rappresenta solo una “nuova clinica”, ma l’applicazione di un paradigma trasformativo (Mertens, 2007) che combina ricerca biomedica e psico-sociale, con l’attenzione a combattere diseguaglianze e ingiustizie sociali per un rispetto equo del diritto di salute[2].

Unione Europea e Gender Health Gap

A tal proposito sono intervenute, a diverso titolo, più istituzioni internazionali, affinché si andasse ad abbattere il divario tra i due generi. Fra questi spicca anche l’Unione europea che, attraverso il suo Parlamento, alcuni anni fa ha pubblicato una risoluzione in merito alla parità di genere nella salute mentale e nella ricerca clinica. Si legge:

In molti casi le strategie preventive e curative sono applicate alle donne dopo essere state testate esclusivamente su uomini, potenzialmente con effetti limitati se non addirittura controproducenti[3].

Non solo, il Parlamento ha sottolineato come gli stessi organi europei (nello specifico la Commissione) siano “distratti” nel dare a questo tema l’importanza che merita. Una soglia di attenzione ancora più bassa se si guarda ai singoli Stati membri.

“L’UE, tuttavia, è competente per la promozione della salute e la prevenzione delle malattie e deve svolgere un ruolo nel coordinare e nell’assistere gli Stati membri al fine di raggiungere un livello elevato di protezione della salute umana. A livello unionale, la salute delle donne è affrontata come questione politica nel contesto dei fattori socioeconomici determinanti della salute e delle specifiche fasce di età. In linea teorica, l’UE riconosce che il genere, insieme all’età, all’istruzione e alla situazione economica e civile, costituisce un significativo fattore determinante per la salute e per l’assistenza sanitaria”[4].

Queste indicazioni hanno portato a dei cambiamenti? Quattro anni sono forse pochi per determinare una trasformazione nella mentalità dell’intera comunità europea ma alcuni importanti passi avanti ci sono stati. Si può fare sicuramente di più.

Gender Health Gap, le donne ed il loro ormoni

Uno studio della rivista scientifica Science del 2019 riflette sulla questione di genere anche nella ricerca pre-clinica, mettendo in evidenza come ci siano ancora chiare resistenze sul fronte della rappresentatività femminile[5]. Nel campo delle neuroscienze, ci sono un numero inferiore, ad esempio, di studi sul cervello femminile in merito a funzionamento e comportamento, perché si è sempre ritenuto che gli ormoni ovarici incidessero sulle ricerche, fornendo risultati molto variabili. Questa lettura ci è stata tramandata da una visione maschilista e misogina ma che ha anche delle ripercussioni pratiche, come possiamo ben vedere. E non è solo il settore delle neuroscienze (in cui si sono osservati anche popolazioni maschili 7 volte superiori a quelle femminili) a “discriminare” il sesso femminile: anche nella fisiologia, nella farmacologia e nell’endocrinologia c’è una sottorappresentanza.

L’idea che le donne fossero tendenzialmente isteriche, ormonali, ha alterato il giudizio dei ricercatori. Ma le evidenze smentiscono questi pregiudizi. Alcuni studiosi, analizzando oltre 300 articoli di neuroscienza che sfruttavano i topi come cavie, si sono resi conto che in realtà, a livello fisiologico, cellulare, ormonale e comportamentale, cambiava molto poco tra esemplari maschi e femmine. Anzi! In alcuni casi si è osservato un numero maggiore di variazioni nei maschi. Da ciò la scelta di alcune importanti istituzioni come l’NIH (National Institutes of Health) e la CIHR (Canadian Institutes of Health Research) di introdurre l’obbligo di considerare, nell’ambito della ricerca, anche la variabile sessuale.

Gender health Gap - cavie da laboratorio

Non sono mancate le critiche sull’aumento dei costi che questo obbligo comporta ma come ricorda l’autrice dell’articolo, l’ideale sarebbe avere coorti di animali in cui maschi e femmine siano rappresentate, rispettivamente, al 50%. Ma soprattutto, vanno archiviati tutti quei meccanismi obsoleti che vorrebbero che la ricerca si occupasse prima degli studi sui maschi per poi passare a quelli sulle femmine. Gli assunti “quanto scoperto sui maschi può andar bene per le femmine” o “il cervello maschile è quello che funziona bene mentre quello femminile è neurobiologicamente più complesso” non devono più esistere.

Per riprendere il concetto di gender bias, questi ultimi “comportano degli errori di valutazione che si verificano quando, anche in caso di evidenti differenze, si mantengono comportamenti “ugualitari” tra uomini e donne, oppure quando permangono stereotipi negativi nei confronti, di solito, delle donne, tanto da considerare, in una concezione più o meno consapevolmente androcentrica, l’uomo unico soggetto di riferimento (Risberg, 2009)[6]”.

Le donne e le malattie cardiovascolari

A tal proposito è interessante leggere un articolo pubblicato nel 2020 su The Italian Journal Gender-Specific Medicine[7] che affronta proprio questo problema. Lo studio, condotto da alcuni ricercatori dall’Università di Modena e Reggio Emilia, analizza le differenze esistenti tra uomini e donne all’interno delle malattie cardiovascolari (MCV). Un terzo della popolazione femminile adulta, tra i Paesi sviluppati, è affetto da patologie cardiache. E ci sono differenze sostanziali tra uomini e donne. Le MCV hanno più probabilità di presentarsi tra le donne dopo la menopausa e cresce sempre di più dopo i 75 anni. Sebbene le donne ne siano colpite meno rispetto agli uomini, quando affette, hanno un tasso di morte e di complicazioni più alto. Dato molto evidente soprattutto all’interno della comunità femminile afro-americana.

I sintomi differenti possono essere la causa nei ritardi nella diagnosi e anche nella terapia. In più le donne sono maggiormente soggette a complicazioni post-infarto. Insomma, le donne sono meno tutelate quando si parla di patologia cardiovascolare, notoriamente considerata la malattia maschile per eccellenza. Ciò che manca è soprattutto la consapevolezza del rischio: le donne non sono a conoscenza di questi dati e anche la comunità medica sembra sottostimare il tema.

Una differenza esistente, nella popolazione statunitense, anche tra etnie differenti. I fattori di rischio non modificabili sono: età, sesso, storia familiare, etnia. Quelli variabili riguardano il diabete, l’ipertensione, la dislipidemia, il fumo, le malattie renali croniche, l’obesità e il sovrappeso, l’attività fisica. Questi fattori, legati soprattutto agli stili di vita, possono mutare l’insorgenza della patologia. Ad esempio, le donne con diabete hanno un rischio tre volte più alto degli uomini di avere una MCV. Insomma, questo articolo ci fornisce un quadro chiaro su quanto sia importante studiare le malattie non solo dal lato maschile ma rispettando la fisiologia e le altre caratteristiche tipiche del corpo femminile.

Le donne nelle attuali sperimentazioni sul vaccino anti covid

In Future Brain ci siamo domandati quali siano i dati sulla rappresentatività di genere nelle sperimentazioni attualmente in corso sul vaccino anti covid. Per questione di tempo ci siamo concentrati solo su quello sviluppato da Pfizer-BioNTech e quello ancora in fase di sperimentazione AstraZeneca. Se siete interessati a conoscere quali altri studi sul vaccino contro il coronavirus sono in corso di svolgimento in questo momento e il relativo stato di avanzamento, potete consultate la lista completa e in continuo aggiornamento qui.

Gender Health Gap - sperimentazione vaccino

Ma tornando a noi, dai dati pubblicati sappiamo che il vaccino Pfizer ha visto la partecipazione allo stadio pre-clinico di una popolazione di ratti formata in egual misura da soggetti maschi e femmine. Passando a parlare della fase clinica, con sperimentazione sull’uomo, si legge dai documenti ufficiali che le due società, nello scegliere i campioni a cui somministrare vaccino e placebo, hanno tenuto conto dei background etnici differenti. Il campione era composto da 43.661 partecipanti, di cui il 42% dal mondo ed il 30% dagli Stati Uniti. Metà del campione ha ricevuto la dose di vaccino mentre l’altra ha ricevuto il placebo. Ebbene, come sappiamo ormai da tempo, la sperimentazione clinica in fase 3 ha fornito dati di efficacia del 95% ma soprattutto…

In the pivotal study, vaccine efficacy similar to that observed in the overall population was generally consistent among subgroups defined by age, gender, race, ethnicity, obesity, or presence of a comorbidity[8].

Insomma, il vaccino Pfizer-BioNTech soddisfa tutti i criteri di sicurezza e tiene conto delle differenze di etnia, sesso, età, obesità. Passando a parlare di quello sviluppato da Oxford, conosciuto da tutti col nome AstraZeneca, anche qui nella fase clinica, partita nell’agosto scorso, si è prestata attenzione alla variabile del sesso affinché ci fosse una giusta rappresentanza dei sessi. I partecipanti sono stati in tutto 11.636, in una età compresa tra i 18 ed i 55 anni, per la maggior parte bianchi (9625 persone, ossia l’82,7%) e donne (7045 per una percentuale del 60,5%).

I primi risultati dello studio, condotto tra Uk e Brasile, non mostrano differenze sostanziali tra i due Paesi tuttavia, a differenza del vaccino Pfizer, questo AstraZeneca presenta forti limitazioni: meno del 4% della popolazione aveva più di 70 anni; coloro i quali avevano più di 55 anni non hanno ricevuto il regime a dose mista; i soggetti con comorbidità erano sottorappresentati. Attualmente gli studi su questo secondo vaccino stanno proseguendo e quelli forniti sono solo dati parziali in attesa di avere percentuali di efficacia tali da ottenere l’approvazione dell’EMA (Agenzia europea per i medicinali) che, secondo le previsioni, dovrebbe avvenire a fine gennaio.

L’iniziativa #LancetWomen

In conclusione vorremmo far presente l’iniziativa dell’autorevole rivista scientifica The Lancet dal titolo #LancetWomen a favore di una maggiore inclusività.

In prospettiva, l’iniziativa #LancetWomen mirerà a integrare il genere e la diversità nei nostri contenuti e nel modo in cui cerchiamo di migliorare le nostre pratiche editoriali sulla base di un apprezzamento dei legami tra salute, diritti delle donne e uguaglianza di genere, norme di genere e pregiudizi , la leadership delle donne e l’intersezione del genere con altre categorie di svantaggio, come razza, etnia, orientamento sessuale, classe e povertà.

L’apertura e l’attenzione nei confronti del gender health gap non è a senso unico. Sicuramente la bilancia, finora, ha sempre propeso a favore degli uomini ma non è sempre così. Ne è un caso il problema del papilloma virus che finora è sempre stato considerato un problema femminile anche se non è così. Ad oggi, infatti, sono le giovani ragazze ad essere state oggetto, comunque in tempi molto recenti, della vaccinazione contro alcuni ceppi particolarmente pericolosi. Ma adesso si sta aprendo uno spiraglio anche nei confronti della controparte maschile, soggetto ad infezioni esattamente quanto le donne. Insomma, puntare ad una parità non va a favore solo delle donne. È arrivato il momento di capirlo e, soprattutto, di cambiare rotta.


[1] Inside Marketing, “Gender Gap”, 2019. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/gender-gap/

[2] F. Signari, (2016), Per una ricerca “genere connotata”: aspetti metodologici di una sfida. Ital J Gender-Specific Med 2016; 2(4): 161-168. Consultabile al seguente indirizzo: https://gendermedjournal.it/r.php?v=2696&a=27571&l=331184&f=allegati/02696_2016_04/fulltext/161-168_Perspective.pdf

[3] Parlamento europeo, “Sulla promozione della parità di genere nella salute mentale e nella ricerca clinica”, 2016. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-8-2016-0380_IT.html?redirect

[4] Ibidem.

[5] Rebecca M. Shansky, Are hormones a “female problem” for animal research? (2019). Science Vol. 364, edizione 6443, pagg. 825-826. Consultabile al seguente indirizzo: https://science.sciencemag.org/content/364/6443/825

[6] F. Signari, (2016), Per una ricerca “genere connotata”: aspetti metodologici di una sfida. Ital J Gender-Specific Med 2016; 2(4): 161-168. Consultabile al seguente indirizzo: https://gendermedjournal.it/r.php?v=2696&a=27571&l=331184&f=allegati/02696_2016_04/fulltext/161-168_Perspective.pdf

[7] E. Lodi, O. Stefani, L. Reggianini, A. Carollo, V. Martinotti, M.G. Modena (2020), Gender differences in cardiovascular risk factors. Ital J Gender-Specific Med 2020;6(3):118-125. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.gendermedjournal.it/archivio/3432/articoli/34216/

[8] Pfizer, “PFIZER AND BIONTECH ANNOUNCE PUBLICATION OF RESULTS FROM LANDMARK PHASE 3 TRIAL OF BNT162B2 COVID-19 VACCINE CANDIDATE IN THE NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE”, 2020. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.pfizer.com/news/press-release/press-release-detail/pfizer-and-biontech-announce-publication-results-landmark

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Autore articolo

Martina Shalipour Jafari - autore

Martina Shalipour Jafari

Redattrice

Giornalista pubblicista ed esperta di comunicazione digitale.
Instancabile lettrice e appassionata di cinema.
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