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Impatto ambientale di internet: uno studio ci dà i numeri del fenomeno

Conference call, streaming, archiviazione dei dati. Con il Coronavirus è cresciuta la domanda mondiale di servizi internet e con esso il consumo di risorse

Impatto ambientale uso internet

Uno studio condotto da Purdue University, Yale University e Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha calcolato l’impatto ambientale prodotto dalle nostre attività condotte via internet. I risultati completi saranno disponibili sul numero di aprile della rivista “Resources, Conservation and Recycling”, volume 167, ma abbiamo già a disposizione alcuni dati. Nello specifico i ricercatori si sono concentrati nell’analizzare tre fattori: le emissioni di CO2, il consumo di risorse idriche e di terreno provocato dalle nostre attività online.

Una nuova prospettiva rispetto alle ricerche del passato che si erano sì occupate di indagare l’impatto dell’uso di internet, ma mai con questo livello di profondità. Il 2020, in tal senso, ha rappresentato un punto di svolta. La pandemia ci ha costretti in casa e gli utenti, così come la richiesta di informazioni, sono aumentati. Il pianeta ha sicuramente tratto beneficio dalla quarantena mondiale, soprattutto per quanto concerne le emissioni dei mezzi di trasporto, drasticamente calate[1]. Tuttavia non è da sottovalutare l’impatto dell’archiviazione e trasmissione dei dati via internet o l’uso delle conference call o ancora dell’utilizzo delle piattaforme di streaming.

I numeri dell’impatto ambientale delle nostre attività online

La Purdue University, una delle istituzioni partecipanti a questa ricerca, ha reso disponibili sul proprio sito alcuni dati sulle nostre attività social, mostrando quanto anche l’operazione più semplice comporti un grande dispendio di energia. Sembra difficile crederlo ma una “semplice” videochiamata o lo streaming di circa un’ora, produce tra i 150 ed 1000 grammi di CO2, richiede tra i 2-12 litri di acqua e consuma una superficie di terreno delle dimensioni di un iPad mini. Per farci comprendere la dimensione del fenomeno è bene sapere che generalmente un’automobile produce circa 2,2 Kg di anidride carbonica per litro[2].

L’aumento di richieste di traffico di internet dal marzo scorso, continua lo studio, ha toccato soglie del 20% in alcuni Paesi del mondo. Un flusso di informazioni e di emissioni tale da richiedere:

  • una foresta di 115.229 km quadrati per riuscire a smaltirli;
  • l’acqua da riempire 300.000 piscine olimpioniche,
  • suolo delle dimensioni di Los Angeles.

Lo studio si è concentrato nell’analizzare soprattutto le piattaforme e gli strumenti internet maggiormente utilizzati dagli utenti: YouTube, Zoom, Facebook, Instagram, Twitter, TikTok e altre 12 piattaforme tra le quali quelle di gaming. Ciò che viene fuori è un dato facilmente intuibile: maggiore è il numero dei video, maggiore è la produzione di CO2. Nei periodi pre-pandemici le emissioni provenienti da internet erano del 3,7%. Poco o nulla si sa, invece, delle altre due variabili prese in considerazione in questa ricerca: consumo idrico e di suolo.

Le differenze sull’impatto ambientale tra i Paesi

Come spesso accade nelle indagini internazionali di questo tipo, gli esperti si sono resi conto che intercorrono grandi differenze sia tra singoli Paesi che tra tipologie di strumenti. Ad esempio gli Stati Uniti hanno un impatto nelle emissioni di anidride carbonica superiore di circa il 9% rispetto alla media mondiale, ma il consumo di acqua e di terra sono inferiori del 45% e del 58%. Allo stesso tempo, la Germania, uno dei Paesi più green del mondo, ha un consumo di acqua molto alto e quello di terreno è del 204% superiore alla media.

Ovviamente questi dati sono stime stilate sulla base di informazioni provenienti da fonti ufficiali di ogni Paese in esame ma, pur essendo approssimative, sono utili ad avere quadro di quanto le nostre apparenti innocue attività quotidiane impattino sul pianeta. Anche il tipo di dispositivo può incidere più o meno negativamente sul consumo. Come affermano i ricercatori, chiudere la webcam durante una conference call può abbattere del 96% l’impatto sull’ambiente; togliere l’HD durante la visione di un film o una serie tv su Netflix o Hulu (servizio di streaming disponibile negli USA) lo riduce dell’86%. Guardare un programma da uno schermo tv di certe dimensioni ha un impatto diverso rispetto alla visione dello stesso contenuto dallo smartphone. Insomma, la tecnologia ha un costo in termini ambientali, anche se non ce ne rendiamo conto.

impatto ambientale servizi internet

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A new study estimates the approximate carbon, water and land footprints associated with each hour of data spent in popular internet apps. 
Credit: Purdue University/Kayla Wile

Aumento della domanda di servizi internet

Il World Economic Forum proprio ad inizio di questo 2021 ha analizzato il fenomeno internet, alla luce dell’aumento della domanda seguito alla pandemia[3]. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha fatto sapere che tra febbraio e aprile del 2020, il traffico internet a livello mondiale è aumentato del 40% in ordine a: videoconferenze, giochi online, streaming ed, infine, i social network. Le proiezioni dicono che con questa velocità, molto probabilmente il traffico web raddoppierà nel 2022. Tutta questa domanda innalza la soglia di attenzione sulla questione della sostenibilità legata alla produzione di energia elettrica, la principale fonte di energia utilizzata per questi servizi.

L’aspetto rassicurante è che i consumi di energia sembrano non dover crescere, nonostante l’aumento del 60% di domanda di servizi di data center. L’AIE ha stimato che l’uso globale di elettricità proprio per i data center, nel 2019, è stato dell’1% a livello globale. Consumi che non dovrebbero aumentare, dicono gli analisti, grazie alla maggiore efficienza delle grandi aziende tech che per raffreddare i propri server stanno utilizzando risorse sempre più rispettose dell’ambiente.

Google, ad esempio, in uno dei suoi data center in Finlandia, sfrutta l’acqua del mare per risparmiare sul raffreddamento dei suoi server. Altre grandi società del settore, invece, hanno aperto strutture vicino il Circolo Polare Artico per sfruttare la naturale aria fredda di quelle latitudini. Ovviamente si tratta di un percorso in salita. Le nuove criptovalute, le reti 5G e l’intelligenza artificiale sono alcune delle tecnologie emergenti che poco si sposano con il risparmio energetico, rallentando il percorso virtuoso intrapreso da molte Big Tech.

Le Big Tech e l’energia green

Le grandi aziende tecnologiche come Google, Apple, Facebook o Amazon sono consapevoli del loro grande impatto sull’ambiente e sul consumo di risorse energetiche, così come delle emissioni che causano. Molte tra loro si stanno adoperando per abbatterle in primis cercando di raggiungere la “carbon neutrality”.

Microsoft ha annunciato a gennaio che vuole diventare carbon negative entro il 2030; a luglio Apple ha fatto sapere che sarà neutrale in termini di emissioni di carbonio in tutta la sua intera catena di approvvigionamento e produzione entro il 2030, mentre Amazon ha fissato l’obiettivo carbon neutral per il 2040. E ora arriva anche l’impegno di Google, il più ambizioso, a utilizzare energia carbon-free, senza emissioni di carbonio, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, entro il 2030[4]

C’è addirittura chi, come la startup Plenty, ha trasformato ex magazzini di prodotti elettronici di San Francisco in una grande serra verticale in cui insalata e pomodori crescono 400 volte più velocemente grazie agli algoritmi. Un progetto che mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto la tecnologia possa essere nostra alleata del green se sfruttata nel migliore dei modi.

Impatto ambientale - Plenty serra verticale

Ma c’è comunque ancora molto da fare. Ogni anno il 25% della popolazione mondiale acquista un nuovo smartphone che ormai hanno una vita media di 15 mesi. Una scelta dovuta al modello di business piuttosto che alla effettiva durata del dispositivo. Sta di fatto che nel giro di due anni il nostro cellulare diventa un rifiuto RAEE (Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) causando un grande spreco soprattutto di metalli. Come abbiamo visto, i nostri comportamenti non sono neutri. Sta a noi imbracciare le armi della consapevolezza e della sensibilità per aiutare il nostro pianeta Terra.


[1] Obringen, Rachunok, Maia-Silva, “The overlooked environmental footprint of increasing Internet use”, 2021.  Resources, Conservation and Recycling, Volume 167, April 2021, 105389. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.sciencedirect.com/sdfe/pdf/download/eid/1-s2.0-S0921344920307072/first-page-pdf

[2] Purdue University, “Turn off that camera during virtual meetings, environmental study says”, 2021. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.purdue.edu/newsroom/releases/2021/Q1/turn-off-that-camera-during-virtual-meetings,-environmental-study-says.html

[3] World Economic Forum, “Here’s how COVID-19 increased internet traffic – and what it means for global emissions”, 2021. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.weforum.org/agenda/2021/01/online-life-pushing-up-global-emissions/

[4] Il Sole 24 Ore, “Big tech scommette sul green: gli impegni dei big verso il carbon free”, 2020. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.ilsole24ore.com/art/big-tech-scommette-green-impegni-big-il-carbon-free-AD2ywTp

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Autore articolo

Martina Shalipour Jafari - autore

Martina Shalipour Jafari

Redattrice

Giornalista pubblicista ed esperta di comunicazione digitale.
Instancabile lettrice e appassionata di cinema.
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