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Scrivere per vivere e vivere per scrivere: intervista a Daniele Mencarelli

Poeta e romanziere, vincitore del Premio Strega Giovani 2020

Copertina-Mencarelli

Nato a Roma, classe ‘74, Daniele Mencarelli è autore di poesie (Bambino Gesù e Figlio – Nottetempo, 2010 e 2013 – ne sono due esempi, mentre la sua ultima raccolta – intitolata Tempo circolare – è stata pubblicata da peQuod nel 2019) e di due romanzi, entrambi editi da Mondadori, La casa degli sguardi (2018) e Tutto chiede salvezza (2020).

Proprio con quest’ultimo, lo scorso anno, l’autore è stato incluso nella “dozzina” del Premio Strega, riuscendo ad aggiudicarsi la vittoria del Premio Strega Giovani alla sua VII edizione.

Daniele Mencarelli è, inoltre, autore per Rai Fiction e collaboratore di quotidiani e riviste, per le quali si occupa di cultura e di società.

Con una scrittura che si fa testimonianza promotrice del cambiamento, in La casa degli sguardi, dopo le poesie di Bambino Gesù, commissionategli dall’allora Direttore, Daniele Mencarelli ha voluto mettere anche in prosa la sua esperienza di lavoratore presso l’ospedale pediatrico romano, il suo dolore e quello degli altri, la sua ricerca di salvezza, poi trovata e proprio nella scrittura.

Il secondo romanzo è un ulteriore salto indietro nel tempo, è narrazione della sua esperienza di trattamento sanitario obbligatorio, è indagine, perché ancora recupero, di quel suo dolore, è la sua precedente richiesta di salvezza, una salvezza pericolosamente rincorsa.

Insieme a un volontario della Fondazione Heal, editrice del magazine e sostenitrice di un team di ricercatori in neuro-oncologia proprio presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Future Brain ha voluto intervistarlo, nell’attesa del suo terzo romanzo, che, con una storia antecedente a quelle degli altri due libri già pubblicati, sarà il titolo conclusivo di quella che si è ormai delineata come una trilogia autobiografica.

Una conoscenza da approfondire o una scoperta da condividere: eccovi, allora, la nostra intervista a Daniele Mencarelli.

Federica Fiorletta: Daniele Mencarelli, che cos’è, per lei, la letteratura?

Daniele Mencarelli: Ho detto più volte, durante incontri e interviste, che la letteratura mi ha salvato la vita e potrei aver anche generato un equivoco, poiché secondo la mia opinione, in base alla mia esperienza, la letteratura che salva non è quella che si scrive, ma quella che si legge. Per me, infatti, leggere è un’arma contro la solitudine e io credo che quello della solitudine sia per l’uomo il peso più faticoso da portare. La lettura può essere una vera e propria forma di sgravio, dal momento che, mettendoti in relazione con altri uomini, nati secoli fa o di altri continenti, ti fa capire di non essere solo. Anche la scrittura lo è, una possibilità di comprensione, un’arma contro la solitudine, però, non lo è per te, per lo scrittore, ma lo è per gli altri, per i lettori. Io non ho mai creduto alla scrittura come atto terapeutico, per me la scrittura è sempre stata un gesto politico.

F.F.: Prendendo ad esempio i suoi romanzi, La casa degli sguardi e Tutto chiede salvezza, in entrambi i casi i protagonisti hanno il suo nome e il suo cognome, e la storia dei personaggi coincide con quella dell’autore. Lei come intende, dunque, il rapporto tra realtà e finzione?

D.M.: Io mi sono innamorato di quella letteratura che offre il proprio sguardo sul reale, uno sguardo stupefatto dalla realtà circostante. Ho amato tutti quegli autori, i grandi maestri del ‘900, che hanno raccontato nelle loro opere il proprio vissuto ed è dalla loro poetica, infatti, sempre con tanta umiltà, che ho fatto muovere la mia. Mi rifaccio proprio a quella grande tradizione che intende la scrittura come la forma più alta di testimonianza della realtà, come testimonianza e non come replica, perché bisogna sempre partire dal presupposto che la realtà è una sola, un qualcosa di non effettivamente replicabile, per cui la letteratura resta comunque un qualcos’altro a sé stante.

Alessandro Battisti: Leggendo Tutto chiede salvezza, ho avuto l’impressione che lei abbia lasciato molto spazio di partecipazione al lettore. Il suo non è uno stile di scrittura che spiattella ogni cosa dei personaggi e delle loro storie, piuttosto è uno stile che tratteggia e che, poi, richiede al lettore uno sforzo di immedesimazione per comprendere non soltanto l’altro, ma anche e soprattutto se stesso.

D.M.: Io provengo dalla poesia e la poesia scarnifica la lingua, lo stile. Un altro dei presupposti da cui bisogna sempre partire è quello per cui la scrittura è una scommessa e io scommetto non tanto sulla quantità degli elementi della mia scrittura quanto sulla loro qualità. Lo scrittore non deve prendere il lettore né per un genio né per uno stupido, ma deve permettergli di sovrapporglisi con la sua persona e con il suo vissuto. Lo dico anche ne La casa degli sguardi, la letteratura deve offrire uno sguardo sul reale e deve essere spudorata nel rappresentare una determinata situazione, ma, rispetto alla persona che la vive, il suo deve essere, invece, uno sguardo assolutamente pudico. Entrano in gioco anche gli affetti per chi e che cosa scrivi e/o leggi.

Da poeta a romanziere, meglio parlare di due identità artistiche o di Daniele Mencarelli, autore tout court?

F.F.: Le sue opere trattano dei temi molto delicati, ma anche molto rilevanti. Che spazio viene loro dedicato, attualmente, nel panorama editoriale italiano?

D.M.: Successo artistico e successo commerciale sono sempre andati a braccetto, è difficile scindere le due cose. Un autore deve anche essere, però, colui che decide di sorpassare a destra e di non preoccuparsi di quanta attenzione gli sia o non gli sia data dal mercato. L’autore è colui che sente un’urgenza, la famosa urgenza dell’artista, quella di testimoniare la sua storia per ampliare il proprio sguardo e quello degli altri. E poi, oggi, che cosa non è raccontato? Quale tema non viene trattato? Oggi può mancare tutto tranne che un’offerta di contenuti. Il problema è che offerta facciamo, ad esempio, del dolore? In La casa degli sguardi, ho raccontato il dolore di un bambino che è quello di tutti i bambini, il dolore di un genitore che è quello di tutti i genitori. Chi scrive deve coinvolgere chi legge, il lettore deve essere reso testimone e, soprattutto, partecipe della vita dello scrittore, l’esperienza deve essere tale da riuscire a cambiare non soltanto la vita di chi scrive, ma anche quella di chi legge. Nel mio primo romanzo tratto i temi dell’alcolismo e della malattia pediatrica, nel secondo, invece, tratto principalmente quello della malattia mentale. Ma, in proposito, basta leggere i giornali ogni giorno. La società odierna è impaludata dentro ogni tipo di narrazione. Il problema è relativo alla maniera con cui i temi vengono trattati, non ai temi in sé. Allora, non si tratta semplicemente di offrire il proprio dolore, si tratta di farlo nella maniera più giusta e, cioè, facendo in modo di aggiungere profondità allo sguardo di chi legge.

A.B.: È quanto mi è successo leggendo i suoi romanzi.

D.M.: Ci tengo a precisare che il primo non è un libro sull’alcolismo, così come il secondo non è un libro sulla malattia mentale. Con entrambi, quello che faccio è rivendicare la natura umana, una natura per cui l’esistenza dell’uomo può passare anche attraverso queste esperienze autodistruttive. Se i miei libri servono a qualcosa è proprio a ricordare all’uomo la materia di cui è fatto, una materia deperibile, perché fragile.  

A.B.: È facile, infatti, immedesimarsi nei personaggi di Tutto chiede salvezza, rivivere un particolare delle loro storie, proprio perché si tratta di conoscere o riconoscere la natura umana, anche in quei piccoli dettagli che sarebbero indice di follia.

D.M.: Nessun essere umano può essere risolto in una semplice diagnosi di abuso e dipendenza, di disturbo psichico. L’uomo rischia di dimenticare quella che è la sua natura, oggi più che mai, e, così, di cadere in equivoci pericolosi per la sua salute.

F.F.: Scrivere è stato quello che ha voluto fare fin da sempre?

D.M.: Fin da ragazzino, mi ha sempre animato una grande curiosità verso il mondo. Sono andato alla ricerca del mio talento nascosto e lo racconto in quello che sarà il mio terzo romanzo, come ogni giorno mi svegliavo pensando di aver finalmente trovato la mia specialità.  Ho sognato di fare il pilota di Formula 1, il tassista, il calciatore, il pugile. Ho conosciuto la lettura durante gli anni delle scuole medie e ho iniziato a scrivere subito dopo, sempre più seriamente. La mia scrittura ha vissuto due momenti fondamentali. Il primo, lo racconto in La casa degli sguardi, è stato quel momento elettrizzante in cui, trovata la parola giusta, era come se sentissi tutto l’universo in sintonia con la penna che tenevo in mano. Il secondo, invece, lo racconto in Tutto chiede salvezza, è stato quando ho visto gli altri sentire quella stessa elettricità, quando l’importante per me è andato a coincidere con l’importante per gli altri ed è stata proprio questa coincidenza a farmi amare e desiderare davvero la scrittura. Scrivere è un gesto politico, non lo faccio per me, ma per gli altri ed ecco perché non mi accontento della mia, ma cerco anche e soprattutto la soddisfazione altrui. La mia attività di autore deve avere una valenza comunitaria. D’altronde, il mondo è questo, ognuno di noi è costantemente legato a qualcun altro.

Citazione intervista Mencarelli

F.F.: Lei è riuscito a pubblicare le sue poesie, per la prima volta, a soli 23 anni e i suoi romanzi sono stati pubblicati dal gruppo editoriale più grande d’Italia, Mondadori. Come è successo?

D.M.: Oggi come ieri, pubblicare un libro è molto facile. Puoi e vuoi pagare per farlo? Allora, puoi essere pubblicato. Io ho voluto essere giudicato. Per me, scrivere ha sempre significato relazionarsi e, quindi, ho cercato dei maestri, non degli editori, e ho esordito su rivista nel ’97. Le riviste sono state la mia scuola, vi ho trovato dei maestri, che sono stati per me dei padri, dei fratelli. Vi ho pubblicato con alcuni dei più importanti poeti contemporanei – Nino De Angelis a Milano, Claudio Damiani a Roma, Davide Rondoni a Bologna. Poi, è successo che, quando è arrivato il mio primo romanzo, ho avuto anche la fortuna di trovare nel ruolo di responsabile editoriale della Narrativa Italiana Mondadori un mio caro amico, Carlo Carabba, ex-caporedattore della rivista Nuovi Argomenti. Ecco, la letteratura è una militanza. Nel corso degli anni, devi costruirti delle relazioni, che potranno anche diventare dei rapporti di amicizia, degli affetti. Ad esempio, nel mio caso, dovessi essere in difficoltà, ci sono due tre persone, ormai, a cui chiederei aiuto ancor prima di chiederne a mio fratello.

F.F.: Future Brain vuole primariamente “comunicare la scienza”. Secondo lei, c’è un rapporto tra scienza e letteratura? Anche tra la scienza e la sua scrittura?

D.M.: Assolutamente sì. Chiara Valerio, ad esempio, lei è matematica e scrittrice allo stesso tempo. Personalmente, ho molta attenzione e grande rispetto per la scienza, per tutte quelle discipline che aiutano l’uomo a conoscer-e/si e a comprender-e/si. Credo che bisogni parlare la lingua della scienza e, però, anche tutte le altre, che bisogni confrontare dialetticamente tutte le lingue parlate dall’uomo. Solo così, infatti, per mezzo del dialogo, si può raggiungere la conoscenza, la comprensione. Pertanto, quella della letteratura è una delle tante lingue che deve confrontarsi con quella della scienza e viceversa. Ad oggi, invece, mi sembra che la scienza sia riuscita ad ottenere il monopolio della verità e che le altre lingue siano diventate una prerogativa di un numero sempre più ridotto di parlanti, il che, se così fosse veramente, sarebbe un pericolo. Nessun monopolio è un bene per gli esseri umani. Stiamo già scontando gli effetti di un impoverimento linguistico, giorno dopo giorno, ma voglio essere fiducioso e credere che le cose cambieranno per il meglio.

Un consiglio per gli aspiranti scrittori, soprattutto i più giovani.

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Autore articolo

Federica Fiorletta - autore

Federica Fiorletta

Redattrice

Laureata in Lingue, Culture e Traduzione Letteraria. Anglista e francesista, balzo dai grandi classici ottocenteschi alle letterature ultracontemporanee. Il mio posto nel mondo è il mondo, viaggio – con il corpo e/o con la mente – e vivo per scrivere.

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