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Senso di anonimato: come ci percepiscono gli altri?

Una ricerca pubblicata recentemente su Nature ha svelato alcune curiosità su come viviamo il nostro rapporto con gli altri

senso di anonimato

Quanto conosciamo noi stessi e quanto, invece, pensiamo di conoscere gli altri? Sono domande che, con molta probabilità, ciascuno di noi si è posto almeno una volta nella vita. Un recente studio pubblicato su Nature[1] si concentra nel capire in che modo la nostra conoscenza degli altri riduca il proprio senso di anonimato.

Una ricerca che ha fornito risultati interessanti sul modo in cui noi pensiamo che gli altri ci conoscano come conseguenza al nostro avere delle informazioni su di loro. Le persone tendono a trascurare le asimmetrie di questo legame sociale, modificando anche il comportamento. In che modo? Vediamolo insieme.

Senso di anonimato: rapporti asimmetrici

La comunicazione e le interazioni sociali, come ci insegna lo psicologo e filosofo austriaco Paul Watzlawick, seguono delle regole che potremmo definire universali. Una parte si riferisce al suo contenuto, ossia a ciò che diciamo, ma un’altra parte importante riguarda il non-detto, ciò che comunichiamo attraverso il sistema verbale e para-verbale.

A livello relazionale, il nostro rapporto con gli altri può essere simmetrico, quindi con uno scambio reciproco e paritario, e asimmetrico, con le due parti in posizione dominante/subordinata. Generalmente pensiamo che il nostro rapporto con gli altri sia reciproco. Di fondo non si tratterebbe di una premessa sbagliata: qualcuno che consideriamo un amico di solito ci considera allo stesso modo.

È qui, su questa simmetria-asimmetria, che poggia il lavoro di ricerca del duo Shah-La Forest. Quando alle persone vengono fornite una serie di informazioni sugli altri pensano che di rimando anche gli altri conoscano meglio loro, inducendoli ad entrare maggiormente in sintonia con le loro azioni e ad essere più oneste.

Constatato ciò, i due ricercatori si sono posti un quesito ulteriore, domandandosi se la nostra tendenza a credere che i legami sociali siano simmetrici potrebbe portarci a pensare erroneamente che un estraneo ci conosca davvero. Per confermare e/o smentire questa ipotesi, i due sono ricorsi ad un esperimento.

Senso di anonimato: l’esperimento

Nell’esperimento condotto in laboratorio, i partecipanti online erano apparentemente accoppiati con un altro partecipante. Partner che in realtà non esisteva. Ad alcune delle persone coinvolte sono state fornite informazioni sul loro presunto interlocutore, ad altri no.

“In una serie di studi, i partecipanti hanno risposto a tre domande a scelta multipla sulle loro vite; la metà ha poi visto le risposte del proprio partner alle stesse domande e l’altra metà no. A tutti i partecipanti è stato poi detto che il loro partner stava cercando di indovinare le proprie risposte. I partecipanti che hanno visto le risposte del loro partner credevano che questo sconosciuto le capisse meglio di coloro che non le capivano”[2].

In una fase successiva le persone coinvolte hanno scritto quattro affermazioni vere e una falsa su loro stessi. Alcuni partecipanti hanno avuto l’occasione di leggere le presunte risposte del partner, mentre altri no. I primi credevano che i propri partner fossero più in grado di riconoscere cosa fosse una bugia e quale la verità. In più, chi aveva percezione di essere conosciuto dal partner aveva una maggiore propensione a dare risposte oneste. Ma dal laboratorio si è deciso di sperimentare queste teorie nella vita reale, coinvolgendo la popolazione di New York City.

Il caso del Dipartimento di Polizia di New York City

Gli autori dello studio nel loro esperimento hanno coinvolto il Dipartimento di Polizia della Grande Mela e l’Housing Authority, l’Autorità abitativa comunale. Dei volantini contenenti informazioni sugli agenti di polizia locali come il cibo preferito, i loro hobby o perché hanno scelto di diventare poliziotti, sono stati distribuiti in tutti gli appartamenti in una serie di complessi residenziali in aree svantaggiate della città.

A distanza di due mesi i residenti delle zone interessate sono stati intervistati assieme ad un gruppo di controllo che non aveva ricevuto il materiale informativo. È stato chiesto loro di immaginare quale potesse essere un crimine per il quale sarebbero potuti essere multati/sanzionati dagli agenti di polizia e la probabilità che ciò accadesse.

Dalle risposte ottenute i due ricercatori hanno scoperto che “i residenti degli edifici che avevano ricevuto l’intervento ritenevano più probabile che gli agenti locali venissero a conoscenza di attività illegali rispetto ai residenti delle aree di controllo (sebbene non vi fosse alcun effetto significativo sulla percezione dei residenti di quanto bene gli agenti di polizia li conoscessero). Ancora più sorprendentemente, il team ha scoperto che subito dopo l’intervento, c’erano meno denunce penali e arresti nelle aree intorno agli sviluppi che avevano ricevuto l’intervento rispetto agli sviluppi di controllo”[3].

Senso di anonimato: una questione di fiducia

Come conseguenza, anche se per un breve lasso di tempo, questo intervento ha fatto sì che i tassi di criminalità in quell’area scendessero. Ciò ha portato a far riflettere i ricercatori sul fatto che si potrebbe valutare questo metodo per realizzare delle campagne di comunicazione mirate e continue per aumentare la fiducia nelle forze di polizia e diminuire la criminalità.

Qui potete leggere lo studio completo.


[1] A. K. Shah, M. La Forest, “Knowledge about others reduces one’s own sense of anonymity”, Nature, 2022. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.nature.com/articles/s41586-022-04452-3

[2] Matthew Warren, “When we learn more about a stranger, we feel like they know us better too”, The British Psychological Society, 2022. Consultabile al seguente indirizzo: https://digest.bps.org.uk/2022/03/09/when-we-learn-more-about-a-stranger-we-feel-like-they-know-us-better-too/

[3] Ibidem.

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Autore articolo

Martina Shalipour Jafari

Martina Shalipour Jafari

Redattrice

Giornalista pubblicista ed esperta di comunicazione digitale.
Instancabile lettrice e appassionata di cinema.
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