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Pensare ci stanca: una ricerca spiega il perché

Grazie a un esperimento i ricercatori hanno scoperto cosa si cela dietro la stanchezza mentale e come questa influenzi le nostre scelte economiche

Pensare ci stanca

Il nostro stile di vita è cambiato nel tempo. La vita è cambiata nel tempo. La frenesia della quotidianità ha preso il sopravvento sulle nostre menti e il nostro organismo, facendo diventare lo stress parte integrante della nostra giornata. Si tratta non solo di stanchezza fisica, ma anche di “stress” e salute mentale, dovuto ai milioni di input che riceviamo quotidianamente, dall’esterno e dall’interno delle nostre case, tra pc, tablet, smartphone, tv e tanto altro.

Già da tempo la scienza era a conoscenza degli effetti che lo sforzo mentale causa sulla frequenza cardiaca e il flusso sanguigno. Poco si sapeva, invece, di quanto il nostro lavoro quotidiano, il pensare troppo, influenzasse il neurometabolismo.
Il neuroscienziato cognitivo Antonius Wiehler del Paris Brain Institute e i suoi colleghi sono riusciti a fornirci qualche risposta in più grazie a un esperimento che ha coinvolto 40 partecipanti. Cosa è emerso? Vediamolo insieme.

Pensare ci stanca e ci fa scegliere forme di ricompensa più modeste

Lo studio è stato pubblicato lo scorso agosto sulla rivista scientifica Current Biology[1] e descrive nel dettagli i risultati della sperimentazione. 24 dei 40 partecipanti hanno svolto un lavoro impegnativo: è stato richiesto loro di guardare le lettere che apparivano sullo schermo di un computer ogni 1,6 secondi e documentare quando una corrispondeva a una lettera che era apparsa tre lettere prima.

Ai restanti 16 partecipanti è stato chiesto di svolgere un compito simile ma più semplice. Il lavoro è stato svolto per un totale di 6 ore, con due pause da 10 minuti. Contemporaneamente, il team di ricercatori ha analizzato i partecipanti grazie ad una tecnica chiamata spettroscopia di risonanza magnetica[2].

Cosa ci rende così mentalmente stanchi?

Grazie a queste osservazioni, gli studiosi hanno individuato un importante accumulo di glutammato nella corteccia prefrontale laterale, la porzione del cervello responsabile del controllo cognitivo. È grazie a questa porzione cerebrale che l’uomo riesce a sopprimere i propri impulsi e sceglie quali tipi di ricompense ottenere nel breve e lungo termine.


I ricercatori hanno scoperto che i partecipanti che hanno lavorato al compito più difficile avevano accumulato più glutammato e risultavano più stanchi mentalmente rispetto a chi aveva svolto il lavoro più semplice. Non solo. Coloro che avevano svolto il lavoro più difficile “data la possibilità di scegliere tra un premio in denaro immediato e un premio più grande che sarebbe arrivato mesi dopo, erano più propensi a scegliere il premio più piccolo e a breve termine rispetto all’inizio della giornata”[3].

Pensare ci stanca e modifica il metabolismo cerebrale

Questa scoperta è importante per comprendere meglio la fisiologia cerebrale e aiutare le persone impiegate in lavori molto stressanti a vivere in salute. Il passaggio successivo sarà quello di capire in che modo è possibile ripristinare livelli normali di glutammato. Il sonno può essere una soluzione? Pause lunghe durante il lavoro possono aiutare? I ricercatori vogliono approfondire questi studi analizzando il comportamento animale, studiandone i meccanismi molecolari. La strada ancora lunga ma, grazie a questa scoperta, il percorso appare meno oscuro.


[1] A. Wiehler, F. Branzoli, I. Adanyeguh, F. Mochel, M. Pessiglione, “A neuro-metabolic account of why daylong cognitive work alters the control of economic decisions”, Current Biology, Volume 32, Issue 16, 2022, Pages 3564-3575.e5. https://doi.org/10.1016/j.cub.2022.07.010. Consultabile al seguente indirizzo: www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982222011113

[2] Heidi Ledford, “Why thinking hard makes us feel tired”, Nature, 2022. Consultabile al seguente indirizzo: https://www.nature.com/articles/d41586-022-02161-5?utm_source=Nature+Briefing&utm_campaign=0f4f183dd1-briefing-dy-20220815&utm_medium=email&utm_term=0_c9dfd39373-0f4f183dd1-46136706

[3] Op. cit.

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