Questa non è la solita recensione. Più che un’analisi, oggi voglio raccontarvi la mia esperienza con Hamnet.
Ho sempre pensato che il cinema fosse un’attività solitaria. Sono andata a vedere Hamnet nel tardo pomeriggio di un week-end piovoso, da sola. Per poco mi toccava rinunciare perché la sala era piena ed erano rimasti solo 3 posti, non i migliori, ma decido comunque di acquistare il biglietto.
Entro e mi siedo. Il mormorio della sala piena si interrompe subito quando lo schermo inizia a illuminarsi. Anche i miei pensieri in quel momento si interrompono e mi lascio subito trasportare dalla fotografia di Lukasz Tal. Il film si apre con Agnes in una foresta.
Questa donna dall’anima selvatica che sembra conoscere qualcosa che gli altri non conoscono e vedere qualcosa che gli altri non vedono. Sulla scena è magnetica e fugace, sporca e delicata allo stesso tempo.
Adiamo avanti e compare William. Solo William, non Shakespeare.
Un professore sensibile, un uomo colto, non ancora il talentuoso scrittore che noi tutti ci immaginiamo. William non conquista Agnes, si percepisce dagli sguardi che loro si appartenevano già, era solo questione di tempo prima che il destino facesse la sua mossa. La regista Chloé Zaho non affretta i tempi, non mozza il sentimento correndo tra gli avvenimenti, ma lascia che tutto abbia il proprio respiro perché è importante che lo abbia. E arriva, arriva tutto allo spettatore.
Il matrimonio, la casa, poi i figli.
Agnes cresce la sua famiglia mentre William è a Londra e cerca di coltivare il suo sogno, quello di scrivere per il teatro. Un teatro che non è ancora nato davvero.
L’assenza di William è presenza nella casa di Agnes, ma il loro legame sembra saldo grazie alla luce dei loro occhi, Susanna, Judith e Hamnet.
Le inquadrature sono spesso statiche, eppure sembrano cogliere ogni dettaglio all’interno della scena. Come per i momenti, anche allo spazio viene lasciato il proprio respiro e la regista ci dà tutto il tempo di viverlo e attraversarlo.
È importante dire che i personaggi bambini non solo bambini nella storia. Hanno un loro colore e una loro tridimensionalità. Sono dotati di ragione e sentimenti e agiscono in autonomia. Spesso è difficile per lo spettatore stargli dietro, io l’ho trovato difficile. Vorresti poter dire loro che devono star fermi perché sono solo bambini, ma la storia va avanti.
E il piccolo Hamnet lascia le sue sorelle, sua madre e suo padre assente, con una scena eroica e straziante.
È in quel momento che tutta la potenza di Jessie Buckley, l’attrice che interpreta Agnes, viene fuori sprigionata da un urlo primordiale.
La rabbia nei confronti di William assente, del destino crudele, portano i due a distaccarsi sempre di più fino a quando la notizia di un’opera teatrale di William arriva anche a Stratford. Hamlet è il nome dello spettacolo.
Ero lì nella sala buia e sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo punto del film, ma mai quel nome era stato così potente. Mi risuonava in petto.
Non vi racconterò di ciò che ho visto dopo. Della potenza di un gesto così semplice come può essere tendere una mano.
“Look at me” dice ripetutamente Agnes rivolgendosi al fantasma William sul palco. Guardami. Proprio come Euridice e Orfeo negli inferi, citati all’inizio del film, il bisogno di Agnes di sapere che quell’amore c’è ancora nonostante tutte le conseguenze è pervasivo. In quel momento è diventato anche il mio bisogno.
Potremmo dire che l’arte ha un potere salvifico immenso. Che Hamlet è la messa in scena di un lutto impossibile da elaborare. Che il film presenta delle pecche qua e là, ma che questo è il finale cinematografico più potente degli ultimi 10 anni.
Oppure potremmo non dire niente.
“Tutto il resto è silenzio.”
Autore articolo

Sara Giovannoni
Redattrice
Copywriter pubblicitario, cinefila, nerd.
Cerco di vivere la vita sempre con la curiosità e lo stupore di un bambino.
Amo scrivere delle cose che mi appassionano,
ecco perché spero di pubblicare, prima o poi, il mio libro sul Giappone.
Intanto keizoku wa chikara nari.
Se volete, andate a cercare il significato!







