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Vogliamo più inclusione: dall’ASL alla narrativa di ultima generazione

Come migliorare l’inclusività nei settori scientifico e letterario sull’esempio degli Stati Uniti

Più inclusione

Mentre la comunità sorda segnante denuncia la povertà lessicale della propria lingua, con tutte le sue implicazioni, o meglio, complicazioni, assistiamo anche alla comparsa di una nuova professione editoriale. Quale legame tra i fatti di due realtà apparentemente distanti, scienza e letteratura? Dai margini della società, si reclama più legittimazione e più partecipazione all’interno della stessa. Andiamo a lezione di inclusione con gli Stati Uniti.

Più scienza per la lingua dei segni: una maggiore inclusione accademica

Sebbene siano riferiti all’anno accademico 2015-2016, i dati del National Deaf Center on Postsecondary Outcomes – riportati in un recente articolo della rivista Chemical & Engineering News[1] – sono da considerarsi piuttosto significativi: stando ai numeri, infatti, solamente lo 0,8% degli studenti non udenti degli Stati Uniti risultava iscritto ad una facoltà di scienze fisiche.

Da una parte questi dati non sconvolgono poi molto, se rapportati ai numeri generali comunque molto bassi, ma dall’altra fanno sorgere un interrogativo spontaneo. Tuttavia, non si tratta soltanto di un accesso al mondo accademico estremamente limitato, ma anche di un alto rischio di isolamento per i suddetti studenti all’interno di una realtà che, per certi versi, sembra proprio non contemplarne l’esistenza.

A sostegno di tale tesi, possiamo prendere ad esempio la denuncia di Daniel Lundberg, docente di chimica non udente presso la statunitense Gallaudet University, intervistato dall’autrice dell’articolo sopracitato, stando alle cui stime per ben l’80% del lessico chimico non ci sarebbe corrispondenza nella ASL, la lingua dei segni americana.

Pochi accessi, dunque, pochi studenti, pochi laureati e, ovviamente, poche figure professionali. Così, si finisce per entrare in un vero e proprio loop negativo, lasciando i giovani sprovvisti di modelli di riferimento. D’altronde, però, mancando una lingua dei segni adeguatamente sviluppata, non possono che mancare delle buone, solide basi per poter intraprendere una formazione e avviare una carriera in ambito scientifico.

Come spiegare o, quantomeno, giustificare una tale arretratezza?

Scarsa inclusione dei non udenti: la spiegazione/giustificazione

La risposta, seppure in parte, potrebbe essere legata alla storia della lingua dei segni e, certamente, anche alle sue peculiarità.

I primi metodi di comunicazione visiva parrebbero risalire all’antichità. Tuttavia, al termine del XIX secolo la lingua dei segni ancora non era stata legittimata, anzi, nel 1880, a seguito della “Conferenza Internazionale sull’Educazione dei Sordomuti” tenutasi a Milano, quest’ultima venne proprio bandita, decretando il metodo orale superiore a quello manuale. Così, ad esempio, il celebre Alexander Graham Bell – il suo nome è il secondo più noto legato allo sviluppo della telefonia – promuoveva l’idea eugenica secondo cui i non udenti non dovessero sposarsi tra loro, sostenendo anche lui che il loro livello di integrazione sociale dovesse essere direttamente proporzionale alla loro abilità nel leggere il labiale e nel parlare.

Si dovettero aspettare i primi anni ‘60 e la pubblicazione del Sign Language Structure: An Outline of the Visual Communication System of the American Deaf da parte del linguista statunitense William Stokoe perché la situazione iniziasse a migliorare, non solo in America, ma nel mondo intero.

Quanto alle sue peculiarità, invece, il presupposto è che la ASL non è una versione “segnata” dell’inglese americano, ma è una lingua a sé stante, con tanto di proprie regole grammaticali e di un proprio vocabolario. Al di là di quelli che sono la sua struttura e il suo funzionamento, bisogna considerare anche che, nel caso dei cosiddetti segnanti nativi, spesso si tratta della prima lingua, con l’inglese “declassato” a seconda. Fatto, quest’ultimo, che aggiunge ulteriori complicazioni per la corretta interpretazione dell’inglese scritto, non essendoci corrispondenza, ma, sempre per lo stesso motivo, anche nella pratica del finger spelling, ovvero quando per ovviare problemi di comunicazione si utilizzano i segni delle singole lettere che compongono una parola.

“Tutti per uno, uno per tutti”

Finora il mondo accademico scientifico ha provato a fare affidamento sugli interpreti, ma si è ormai capito che quest’ultimi non rappresentano la soluzione al problema, poiché non necessariamente provvisti di un bagaglio di conoscenze e competenze tecnico-scientifiche. Anche alla luce del fatto che non esiste ancora un vocabolario scientifico della lingua dei segni che sia non soltanto adeguatamente sviluppato ma soprattutto universalmente utilizzato.

Piccoli e distinti gruppi di docenti e studenti avrebbero trovato una propria “strategia di sopravvivenza”, ma una tale diversificazione – da materia a materia e da una realtà accademica ad un’altra – significa solamente pretendere troppo sia da parte di eventuali interpreti che da quella degli stessi non udenti.

L’appello statunitense, dunque, è rivolto all’intera comunità sorda segnante, perché solo una standardizzazione scientifica della lingua dei segni di valenza universale potrà essere effettiva garanzia di un più libero accesso, scongiurando altresì il pericolo di isolamento.

Più inclusione anche per l’industria editoriale

Spostandoci dal mondo scientifico a quello letterario, ma restando ancora negli Stati Uniti, ecco che una nuova figura di lettore sta facendo capolino fra i vari professionisti del settore editoriale. Si tratta del sensitivity reader. Ce ne ha parlato Francesca Faccani in un recente articolo pubblicato su Rivista Studio[2].

“Prima che lo sentissi […] durante una presentazione lo scorso giugno, non avevo mai sentito parlare di un sensitivity reader, così ho cercato su Google. Di articoli in italiano se ne trovano giusto due, uno per lo più tradotto dall’inglese, mentre dai siti americani provengono longform lunghissimi e offerte di lavoro”[3].

Il concetto di base, se vogliamo, per certi versi è lo stesso: il sensitivity readerè una sorta di correttore di bozze portavoce di una minoranza costretta – anche se ormai sempre meno – ai margini della società, che “setaccia il manoscritto alla ricerca di frasi e osservazioni offensive, stereotipi, bias, incomprensioni e rappresentazioni sbagliate che gli autori non appartenenti a una certa minoranza possono aver tralasciato[4].

Se ne è servita, ad esempio, Therese Anne Fowler, autrice di A good neighborhood, edito in traduzione italiana con il titolo di Un bel quartiere (Neri Pozza, 2020), per includere nella scrittura del suo romanzo (la storia di un incontro/scontro tra due famiglie molto diverse tra loro) un punto di vista altro rispetto al proprio.

Così, dunque, scienza e letteratura, ognuna a proprio modo, si “rivoluzionano” per essere maggiormente inclusive. Trattasi di un “eccesso” di suscettibilità o di una nuova sensibilità?


[1] Leigh Krietsch Boerner, “Expanding American Sign Language’s scientific vocabulary”, Chemical & Engineering News, 11 luglio 2021. Consultabile al seguente indirizzo https://cen.acs.org/education/science-communication/expanding-American-Sign-Languages-science-vocabulary-deaf/99/i25?utm_source=Nature+Briefing&utm_campaign=a2c8d8ab23-briefing-dy-20210719&utm_medium=email&utm_term=0_c9dfd39373-a2c8d8ab23-46136706.

[2] Francesca Faccani, “Scrivere per non offendere nessuno: chi sono i sensitivity reader”, Rivista Studio, 21 luglio 2021. Consultabile al seguente indirizzo https://www.rivistastudio.com/sensitivity-reader/.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

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Autore articolo

Federica Fiorletta - autore

Federica Fiorletta

Redattrice

Laureata in Lingue, Culture e Traduzione Letteraria. Anglista e francesista, balzo dai grandi classici ottocenteschi alle letterature ultracontemporanee. Il mio posto nel mondo è il mondo, viaggio – con il corpo e/o con la mente – e vivo per scrivere.

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